Collletttivo è una fonderia di caratteri tipografici e una rete di persone che promuove la cultura del type design. Fondata a Milano nel 2017, la fonderia opera come un ibrido tra studio di design e incubatore di progetti tipografici. Nata durante gli studi in Design della Comunicazione al Politecnico di Milano, ha poi proseguito la propria formazione in scuole come ECAL, UMPRUM, Cooper Union e ANRT. Oggi la fonderia si concentra sulla distribuzione e consulenza tipografica, sull’educazione e su progetti paralleli che usano il type design per raccontare storie e plasmare visioni che vanno oltre il design stesso. Collletttivo è attualmente gestita da Benedetta Bovani, Luigi Gorlero, Sara Lavazza, Matteo Maggi, Luca Marsano e Nunzio Mazzaferro, con un approccio aperto che accoglie collaborazioni e contributi esterni.

Il vostro nome vi definisce in modo piuttosto chiaro, fatta eccezione per quella curiosa variabile delle lettere raddoppiate. Come vi siete conosciuti, come è nato il collettivo e perché avete scelto il nome “Collletttivo”?

Collletttivo è nato da pura curiosità e da un bisogno molto pratico: colmare un vuoto formativo che percepivamo durante gli anni al Politecnico. Tutto è cominciato nel 2017, quando abbiamo deciso di approfondire la tipografia e il type design frequentando il corso serale Basic Type Design al CFP Bauer.

Alla fine del corso ci siamo resi conto di aver già disegnato diversi caratteri: certamente imperfetti e grezzi, ma comunque nostri. Sentivamo il bisogno di condividerli, per stimolare crescita e confronto. Alla fine del 2017 abbiamo lanciato la prima versione del sito web, pensata come vetrina per questi primi esperimenti. L’anno successivo il gruppo si è ampliato e consolidato con l’arrivo di nuovi membri che hanno subito condiviso lo stesso spirito e, oltre a pubblicare i propri caratteri, sono diventati parte attiva del progetto, contribuendo a dare forma a ciò che oggi è Collletttivo.

L’approccio open-source è venuto naturale, non solo perché eravamo consapevoli delle imperfezioni tecniche dei nostri primi font, ma anche perché si allineava a una visione etica e culturale che ci guidava fin dall’inizio. Ci siamo ispirati esplicitamente a Velvetyne, il punto di riferimento francese per la tipografia open-source, soprattutto perché in Italia all’epoca non esisteva nulla di simile.

Cercavamo feedback e dialogo sui nostri progetti, e abbiamo scoperto che era proprio la comunità a poterci dare tutto questo: persone che chiedevano supporto linguistico aggiuntivo o testavano i nostri font nei contesti più disparati. Quella esposizione ampia ci ha permesso di crescere e migliorare molto più velocemente di quanto immaginassimo. Questo approccio aperto è racchiuso anche nel nostro nome, derivato dalla parola italiana “collettivo”, mentre le lettere extra “l” e “t” rimandano al concetto di “libera tipografia”.

Naturalmente, l’open-source porta con sé anche le sue contraddizioni: se da un lato rende il lavoro visibile e accessibile, dall’altro significa rinunciare a una struttura economica chiara. Fin dall’inizio, Collletttivo è stato costruito più sull’entusiasmo che su un piano di business.

Collletttivo Website, 2023

Dal momento che il gruppo è composto da diversi membri e considerando che Collletttivo è — almeno per ora — un progetto “laterale” rispetto alle vostre principali carriere, com’è il vostro flusso di lavoro? Sia in termini di sviluppo dei caratteri tipografici sia per quanto riguarda la gestione complessiva della fonderia?

Uno degli aspetti più sfidanti ma anche più gratificanti di Collletttivo è il modo in cui, nel tempo, siamo riusciti a costruire un flusso di lavoro aperto e orizzontale. Troppo spesso il design, e in particolare il type design, è trattato come una pratica solitaria e ipercompetitiva. Noi abbiamo cercato di creare un modello in cui la collaborazione non solo è benvenuta, ma essenziale.
Negli anni abbiamo organizzato lunghe sessioni di feedback con designer esterni provenienti da contesti molto diversi — una prova concreta che esiste un reale bisogno di modelli di collaborazione e scambio aperti. A volte queste conversazioni si sono evolute in vere e proprie co-produzioni, portando alla nascita di nuovi caratteri pubblicati sulla nostra piattaforma.

La nostra struttura distribuita e non gerarchica ci aiuta a mantenere un ritmo sostenibile: ognuno lavora a modo suo e nei propri tempi, sapendo che ci sarà sempre un momento di revisione collettiva. Non ci sono scadenze rigide né direttive dall’alto, solo un’etica condivisa che guida le revisioni. È un sistema che si basa sulla comunicazione costante e che può muoversi lentamente, ma che favorisce una crescita individuale enorme.

A volte gestire Collletttivo è come amministrare un piccolo paese senza governo. Prendere decisioni in sei persone è allo stesso tempo bellissimo e doloroso. L’assetto orizzontale consente libertà e dialogo, ma richiede anche pazienza, negoziazione e compromesso: è molto democratico ma non sempre efficiente. Poiché tutti noi abbiamo altri lavori — insegnamento, libera professione, studio — Collletttivo spesso vive negli “intervalli”: nottate, weekend, chiamate di un’ora piene di pensieri a metà. Il ritmo è irregolare ma sincero, alternando esplosioni di energia collettiva e momenti di silenzio.

Uno degli aspetti più interessanti del vostro lavoro è sicuramente la decisione di operare come fonderia open-source. Perché avete scelto questa strada? In un momento in cui molte fonderie cercano di proteggere il proprio lavoro e sensibilizzare sul valore delle licenze, il vostro approccio risalta abbastanza.

All’inizio non c’era alcuna urgenza di monetizzare i nostri primi font. Erano esercizi, e il loro valore stava nel processo stesso. Anzi, pubblicarli in open source ci ha permesso di ricevere feedback, migliorare e ottenere visibilità.
Col tempo, però, ci siamo resi conto che c’era spazio anche per un lato più remunerativo: clienti e studi hanno iniziato a chiederci versioni estese o progetti personalizzati. Queste commissioni ci hanno aiutato a finanziare il miglioramento dei font esistenti e a reinvestire nel progetto — ad esempio con pubblicazioni cartacee che abbiamo presentato in varie fiere dell’editoria indipendente in Italia.

Un tema ricorrente nella comunità tipografica è quello della “concorrenza sleale”: in un mondo digitale invaso da font gratuiti e a pagamento di qualità molto variabile, è difficile per i designer indipendenti far comprendere il reale valore del proprio lavoro.
La presenza di distributori di font gratuiti può essere frustrante, soprattutto per chi cerca di vivere di questo mestiere. Condividiamo pienamente l’esigenza di riconoscere e compensare equamente il lavoro dei type designer. Ma non vediamo l’open source come una minaccia per le fonderie commerciali. I nostri font gratuiti sono di solito progetti personali, non molto estesi, mai concepiti con una mentalità commerciale né sviluppati con lo stesso rigore tecnico richiesto per i font retail.
Crediamo che ci sia spazio per tutti: preferiamo pensare in termini di abbondanza piuttosto che di scarsità, dove ogni iniziativa contribuisce ad arricchire e ampliare la cultura e l’industria tipografica nel suo insieme.

Nel tempo abbiamo anche notato che i nostri font vengono spesso usati da organizzazioni indipendenti, non profit o socialmente orientate — un allineamento che per noi ha un grande valore. Queste realtà condividono i nostri valori culturali e progettuali e spesso non hanno le risorse per investire in font commerciali, quindi questa ci sembra una forma di contributo significativa.

Oggi stiamo lavorando a una linea di caratteri progettati per la licenza commerciale: un passo naturale dopo anni di sperimentazione aperta. Avvicinandoci al decimo anniversario di Collletttivo, sentiamo il bisogno di evolvere verso un modello ibrido: capace di mantenere vivo lo spirito open-source, ma garantendoci al tempo stesso la stabilità necessaria per continuare a creare.

Vediamo Collletttivo come un organismo in evoluzione, che si adatta alle nostre vite e ai tempi che cambiano. L’obiettivo non è diventare un’azienda, ma qualcosa di sostenibile: una struttura che possa continuare a dare senza esaurire le persone che la rendono possibile. Crescere, per noi, significa ampliare il nostro raggio d’azione senza perdere l’onestà da cui tutto è partito.

“Meglio qui che altrove” in collaboration with Hansel Grotesque, 2020

Chi vi conosce sa che Collletttivo non si occupa solo di design tipografico: portate avanti anche attività parallele come workshop, conferenze e partecipazioni a eventi. Cosa vi motiva a impegnarvi anche in questi ambiti? Quale ruolo giocano nel vostro percorso?

La linea che separa l’apprendimento dall’insegnamento è più sottile di quanto sembri. È stata la curiosità a far nascere Collletttivo, e quello stesso impulso ci ha naturalmente spinti a condividere ciò che stavamo imparando lungo il percorso.
In Italia, la tipografia non è ancora un tema profondamente esplorato nei contesti accademici. All’università, spesso viene trattata come un sottotema del graphic design, senza approfondirne le dimensioni storiche, tecniche o culturali.

Il nostro obiettivo è parlare non solo di come si disegna un font, ma di cosa significa farlo — delle implicazioni etiche e sociali del lavorare con le lettere digitali. È per questo che teniamo molto alla didattica, ai talk e agli scambi pubblici: sentiamo una responsabilità, sia come designer sia come parte attiva di una comunità, nel promuovere un approccio più consapevole e profondo alla tipografia, che ne valorizzi la complessità.

Per la stessa ragione, quando lavoriamo a pubblicazioni o progetti editoriali, cerchiamo sempre di andare oltre la semplice presentazione visiva dei caratteri. Ci interessa offrire contesto, raccontare i processi e le intenzioni dietro ogni progetto, presentare i font non solo come immagini ma come forme cariche di significato, radicate nella loro storia, nei riferimenti e nelle scelte deliberate.
Crediamo che un racconto più ricco e stratificato possa contribuire a una cultura tipografica più solida, accessibile e coinvolgente per tutti.

Tornando alla fonderia: alcune release non sono firmate esclusivamente dai membri interni. Come funziona in questi casi la parte più “tradizionale” della fonderia?

Gestire Collletttivo è sempre stato un equilibrio tra ideali e realtà.
La verità è che oggi il concetto di “fonderia” è molto meno rigido di un tempo, e per noi è stato così fin dall’inizio. Non siamo un’azienda con reparti, né un semplice distributore, né un editore in senso tradizionale.

La nostra idea di fonderia è cresciuta come naturale estensione del gruppo: una piattaforma aperta dove progettare, produrre e presentare un carattere diventa un atto editoriale, relazionale e persino politico.
Le proposte arrivano spontaneamente, e il processo cambia ogni volta a seconda del progetto. Ogni font è il risultato di un dialogo — a volte tra di noi, altre volte con designer esterni — fatto di revisioni, feedback, riletture e infinite email.
La collaborazione con designer esterni non è un’eccezione, ma una parte fondamentale del nostro modo di intendere la fonderia. Alcune relazioni nascono informalmente da scambi di feedback, altre da workshop, amicizie o percorsi condivisi. A volte ospitiamo progetti nati altrove che trovano in Collletttivo lo spazio giusto per essere pubblicati e contestualizzati. In ogni caso, il processo di pubblicazione è un dialogo aperto, fatto di discussioni su scelte stilistiche, tecniche e linguistiche.

Dal punto di vista pratico, ogni progetto esterno che ospitiamo è seguito in tutte le sue fasi: revisione tecnica, prove, design dello specimen e pubblicazione sul sito. Lavoriamo a stretto contatto con il designer affinché la sua voce resti visibile, ma risuoni all’interno dell’ecosistema di Collletttivo.
Ci piace pensare alla nostra fonderia come a uno spazio decentralizzato, dove un font non è solo un oggetto funzionale, ma un pretesto per riflettere su linguaggio, tecnologia, cultura visiva e politiche di accesso.

Pubblicare un carattere, per noi, assomiglia più al pubblicare un libro o curare una mostra che al lanciare un prodotto. È un gesto curatoriale, culturale e — sì — anche un po’ sentimentale.
Crediamo che la tipografia non debba solo funzionare, ma significare qualcosa. E che debba essere fatta apertamente, insieme, come una pratica collletttiva.

Type Tales - A FairyType Catalogue, 2024

Come percepite lo stato attuale dell’educazione al design in Italia?

Per quanto riguarda il type design, negli ultimi anni abbiamo visto alcuni cambiamenti.
Al Politecnico e all’ISIA di Urbino, ad esempio, il type design è finalmente entrato nei programmi di studio, e ci sono stati esperimenti interessanti come Type Design Expanded al CFP Bauer — esperienze purtroppo isolate, che non sono durate. In alcuni casi, abbiamo persino fatto un passo indietro: il corso Basic Type Design al Bauer, che per molti di noi è stato formativo, non viene più insegnato in presenza.

Ciò che ancora manca è un programma che ponga il type design al centro della comunicazione visiva. Quando organizziamo workshop o talk, vediamo che l’interesse c’è eccome. C’è una comunità crescente di studenti e designer curiosi, desiderosi di imparare e condividere. Rispetto a quando abbiamo iniziato, la scena è cresciuta molto: più consapevolezza, più passione, e sicuramente un pubblico potenziale più ampio.

La realtà, però, è che per ricevere una formazione completa in type design, l’unica opzione resta andare all’estero. Istituzioni come l’ANRT (Atelier National de Recherche Typographique) o Reading (University of Reading) hanno creato ambienti in cui ricerca accademica e progettazione tipografica convivono in modo organico — qualcosa che ci piacerebbe vedere anche in Italia, un paese che ha sia la storia sia i professionisti per renderlo possibile.

Secondo voi, qual è il ruolo dei graphic designer emergenti?

Non pensiamo davvero ai “designer emergenti” come a una categoria separata. Sono semplicemente quelli che portano avanti la conversazione.
Il loro ruolo è restare vigili, resistere alla tentazione di ripetere formule che non hanno più senso.

Oggi il design si muove in un contesto complesso. Il mondo in cui viviamo è sempre più divisivo, estrattivo e polarizzato. Per questo i giovani designer non dovrebbero aspirare a replicare i vecchi modelli di successo (chiusi, gerarchici, orientati al mercato), ma inventarne di nuovi: più aperti, collaborativi e interdisciplinari.

Il loro compito è mantenere il design “scomodo”, ricordarci che la comunicazione visiva non è mai neutra e che ogni scelta — estetica, tipografica o materiale — porta con sé significati e conseguenze. Vediamo i designer come operatori culturali, non solo fornitori di servizi. Persone che costruiscono sistemi di senso, non solo identità visive.

Modular Type Experiments Masterclass at Palazzo Grassi, 2024

Quale consiglio dareste a un giovane graphic designer che oggi entra nel mondo professionale?

Domanda difficile, perché ognuno di noi ha iniziato in modo diverso, con i propri tempi e deviazioni.
Probabilmente diremmo: fatelo per una ragione. Se trovate uno studio o una pratica che vi dà gioia, siete fortunati — o almeno uno che vi permetta di pagare l’affitto. Ma continuate a coltivare le parti del design che vi rendono felici, altrimenti finirete per allontanarvene. Tutti sappiamo quanto questo campo possa essere impegnativo e totalizzante.

E sì, anche se suona come un cliché: restare curiosi e scettici. Imparate le regole per poterle rompere con intenzione. Non abbiate fretta di definire il vostro “stile”: emergerà naturalmente se continuerete a sperimentare.
Trovate i vostri pari, non i vostri idoli. La collaborazione e la comunità vi porteranno molto più lontano della competizione.
E infine, non sottovalutate il valore della lentezza. In un mondo ossessionato dalla visibilità e dalla velocità, prendersi il tempo per pensare, leggere, fallire e crescere è ancora l’atto più radicale che si possa fare.

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