Collater.al nasce nel 2010 con un altro nome, come progetto puramente editoriale, un blog focalizzato su arte, design, advertising e pop culture. Negli anni e dopo vicissitudini che sono ormai parte della web-storia italiana - https://www.collater.al/cocacolla-chiude-per-una-lettera/ & https://www.collater.al/supportcocacolla-becollateral/ - diventa un esperimento sempre più complesso e prende la strada della media company: da una parte il magazine, una pubblicazione digitale quotidiana in italiano e inglese, con tutte le sue pagine social, che offre contenuti di segnalazione e approfondimento sulla scena creativa contemporanea; dall'altro la digital agency, specializzata in direzione creativa, creazione e produzione di contenuti, strategia, branding, digital pr.

Come è nato Collater.al e qual era il suo scopo originale? È diventato quello che avevate immaginato all’inizio?

Collater.al nasce per gioco, all'inizio come archivio di ricerca di un gruppo di appassionati di comunicazione. Il desiderio era quello di raccogliere tutto il meglio della street culture, dell'advertising, delle arti visive, e creare una fonte d'ispirazione continuamente aggiornata. Un'ispirazione per chi come noi cercava spunti e non voleva rischiare di perdere il progetto, il link, l'artwork, la campagna che aveva trovato per caso e che poi non ricordava più. E poi ci piaceva scrivere, fare delle brevi recensione critiche ma colloquiali e crude.

Collater.al non è solo una rivista, ma anche uno studio di art direction. Come gestite queste due dimensioni? In che modo si influenzano a vicenda e dove invece rimangono separate?

Quando decidemmo di abbandonare i nostri lavori in agenzia e dare vita a Collater.al Studio, l'intento è subito stato quello di creare un modello simile a media company come Vice, Hypebeast e Highsnobiety. Il magazine è sempre stato il nostro biglietto da visita, il nostro modo di differirci da realtà simili alla nostra ma più sbilanciate verso la moda o la musica, mostrando il nostro legame con creativi, street artist, illustratori, fotografi, designer che poi abbiamo sempre coinvolto per arricchire e dare maggior valore ai progetti che ci venivano richiesti. La nostra ricchezza era la varietà creativa, l'interpretazione sempre diversa, frutto di contaminazioni e confronto con gli artisti. Il magazine è poi spesso stato anche amplificatore dei nostri progetti, la piattaforma che metteva in mostra quanto eravamo in grado di fare.

Nel tempo il vostro stile comunicativo si è evoluto molto, pur mantenendo un’identità forte e un tono di voce coerente. Questo cambiamento è stato dettato più dall’adattamento a nuovi linguaggi e piattaforme o dal desiderio di maggiore libertà creativa?

Direi che il nostro linguaggio è cambiato negli anni perchè ha seguito l'evoluzione della comunicazione digitale di cui siamo stati "spettatori attivi": all'inizio ad esempio Instagram non esisteva e lavoravamo tanto su FB e Twitter. Abbiamo studiato e cercato di comprendere rischi e opportunità dei mezzi che avremmo dovuto usare. Poi tenendo comunque sempre fede alla nostra linea editoriale, abbiamo sempre amato l'ibridazione dei linguaggi, integrazione, arricchimento, non solo grazie alla vicinanza con il mondo artistico italiano e internazionale, ma anche grazie alle persone che si sono succedute nel nostro team e che hanno sempre portato interessi, spunti, punti di vista diversi e preziosi.

Se poteste realizzare qualsiasi progetto, senza vincoli di budget né di committenza, quale sarebbe?

Abbiamo sempre amato il contenuto editoriale, quello più ricco, approfondito, sfaccettato, originale e capace di muovere emotivamente. Se potessimo scegliere probabilmente lavoreremmo a un grande progetto cinematografico o a una serie documentaria infinita che metta in luce l'evoluzione del linguaggio e le diverse visioni di artisti e creativi contemporanei.

Lavorate nella diffusione creativa, tra arte, design e architettura. Oltre all’intelligenza artificiale, c’è una tendenza recente che ritenete particolarmente significativa o sottovalutata?

Abbiamo sempre pensato che l'arte abbia un grande compito politico e sociale e siamo sempre stati affascinati dalla capacità eversiva della street art ad esempio. Vorremmo che ci fosse una maggior attenzione ad esempio verso le tendenze del Low-Tech & Post-Digital, in opposizione alla perfezione digitale che sta sempre più rischiando di appiattire il gusto estetico; e poi la “cultura della riparazione”, il recupero, il riuso, il restauro e la rigenerazione come atti creativi e politici.

Come vedi il mondo dell’istruzione nell’ambito del design in Italia?

Ci sono poli storici come ISIA e scuole come IED, Politecnico di Milano, IUAV di Venezia, che offrono programmi prestigiosi, un forte legame tra pratica, sperimentazione e collaborazioni internazionali. Quello che forse si dovrebbe coltivare maggiormente è l'approfondimento culturale, la ricerca, il perchè delle evoluzioni, le connessioni culturali ed estetiche tra cinema, design, letteratura, pubblicità. Più sai e più vedi e forse adesso si guarda troppo al futuro e al come e meno al perchè.

Come vedi il ruolo del giovane grafico in Italia?

Tutto è design oggi. Non si tratta più solo di “rendere bello” un messaggio però, ma di costruire significato, connessioni e consapevolezza in un contesto visivo saturo, instabile e iper-frammentato.

Che consiglio daresti al giovane grafico che si approccia al mondo del lavoro oggi?

Non bisogna fermarsi al “come si fa”, bisogna chiedersi anche “perché si fa così”. Studiate cinema, arte, pubblicità, letteratura… guardate cosa succede fuori dal design, perché è lì che si formano davvero gli occhi. E poi metti tutto in discussione. È forse il consiglio più prezioso che si possa dare a chi entra nel mondo del design

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